Il valore della formazione

Laboratori ed incontri del progetto Tu lo sai? Prevenire e contrastare la violenza di genere in tutte le sue forme.

Il progetto Tu lo sai? ha riguardato15 incontri formativi indirizzati alle scuole medie e superiori presenti nei territori dell’Unione Comuni Valmarecchia, con l’intento di promuovere una cultura delle pari opportunità, del rispetto reciproco e del contrasto alla violenza di genere, con un particolare riferimento alle nuove forme di violenza digitale.

Le operatrici del Centro Antiviolenza ci raccontano com’è andata.

Quanto è stato importante relazionarsi con le ragazze i ragazzi?

Il confronto diretto con ragazze e ragazzi, in particolare attraverso gli interventi nelle scuole e le attività di sensibilizzazione, rappresenta uno dei pilastri del lavoro del Centro Antiviolenza.

Come operatrici siamo convinte che la prevenzione primaria e la promozione di una cultura fondata sulla parità di genere non possano prescindere dal coinvolgimento delle giovani generazioni.

È fondamentale creare spazi di dialogo e ascolto per comprendere come adolescenti e giovani vivano gli stereotipi di genere, le relazioni affettive e le diverse forme di violenza, comprese quelle che si manifestano negli ambienti digitali.

Solo a partire da questo confronto è possibile costruire percorsi educativi realmente efficaci, in grado di favorire il riconoscimento della violenza, decostruire stereotipi e pregiudizi e promuovere modelli relazionali basati sul rispetto, sul consenso e sull’uguaglianza.

Per questo motivo riteniamo fondamentale intervenire precocemente: educare fin dall’infanzia e accompagnare la crescita delle nuove generazioni significa investire in un cambiamento culturale duraturo, capace di prevenire la violenza prima ancora che si manifesti.

Dove si sono svolti i progetti di TU lo sai?

Durante la preparazione del progetto è emersa l’esigenza di portare il progetto nelle aree interne della Provincia di Rimini, in contesti educativi che raramente hanno l’opportunità di accogliere percorsi di questo tipo, perché più distanti dalla città.

La prevenzione e la sensibilizzazione sul tema della violenza di genere, nell’Unione di Comuni Valmarecchia, è stata un’occasione preziosa per ampliare l’impatto del progetto e favorire un accesso più equo alle opportunità educative.

Per gli incontri sono stati contattati gli istituti scolastici dei Comuni che avevano già manifestato interesse e disponibilità a collaborare al progetto e in particolare quei referenti scolastici, con i quali avevamo già costruito rapporti di collaborazione consolidata.

Nel territorio della Valmarecchia gli incontri si sono svolti nei seguenti istituti e spazi:

  • Corso per Operatore della Ristorazione – Villa Verucchio (Fondazione Valmarecchia)
  • Corso per Operatore Informatico – Novafeltria (Fondazione Valmarecchia)
  • Istituto Comprensivo “Angelo Battelli” Novafeltria – Scuola Secondaria di Primo Grado
  • Istituto Comprensivo Statale “Ponte sul Marecchia” – Verucchio e Villa Verucchio
  • Istituto Comprensivo “P. Olivieri” – Scuola Secondaria di Primo Grado (Pennabilli)
  • Istituto Comprensivo “F. Penserini” – Scuola Secondaria di Primo Grado (Montecopiolo)
  • Istituto Comprensivo di Pennabilli – Scuola Secondaria di Primo Grado (Sant’Agata Feltria)
  • Biblioteca Comunale di Montecopiolo ‘’Graziano Berardi’’

Come si sono svolti i laboratori?

Come operatrici abbiamo previlegiato una modalità laboratoriale interattiva al fine di coinvolgere direttamente le ragazze e i ragazzi. I laboratori si sono svolti nelle aule delle singole classi in modo da riuscire a lavorare a gruppi ristretti e di consentire uno scambio e una partecipazione di tutte e tutti.

L’utilizzo di domande aperte, spunti di riflessione e l’attività dialettica hanno favorito la partecipazione attiva del gruppo, permettendo di instaurare un clima di fiducia, confronto e scambio.

Questo approccio ha reso possibile affrontare i temi del percorso in modo partecipato e significativo, valorizzando il coinvolgimento dei partecipanti, piuttosto che l’uso di una trasmissione esclusivamente frontale dei contenuti.

In che modo siete state accolte come formatrici?

L’accoglienza da parte degli istituti scolastici è stata molto positiva.

Insegnanti e studenti hanno mostrato fin da subito interesse, apertura e disponibilità al confronto sui temi proposti.

I laboratori si sono svolti in un clima partecipativo: ragazze e ragazzi hanno preso parte alle attività con curiosità, ponendo domande, condividendo riflessioni e confrontandosi in modo attivo.

Anche gli insegnanti hanno partecipato, rimanendo spesso in classe durante gli incontri con l’intenzione di proseguire il lavoro educativo all’interno del percorso scolastico successivo.

Che cosa vi resta dopo questa esperienza formativa?

Questa esperienza ci conferma quanto sia importante portare percorsi di prevenzione e sensibilizzazione anche nei territori più periferici oltre ai centri più urbanizzati.

Ci ha colpito molto l’interesse e la partecipazione dei ragazzi e delle ragazze, perché molte e molti di loro hanno dimostrato di avere consapevolezza delle dinamiche affrontate e di voler condividere riflessioni ed esperienze personali.

Allo stesso tempo questi laboratori ci hanno confermato che un singolo incontro non è sufficiente: il desiderio è quello di poter costruire percorsi più continuativi, che permettano di approfondire i tanti temi emersi.

Quali consigli dareste, come formatrici di Rompi il Silenzio, a chi deve spiegare la violenza di genere alle ragazze e ai ragazzi?

  • Scegliete strumenti adatti all’età: libri, film, giochi e materiali educativi possono aiutare ad affrontare temi complessi in modo accessibile e inclusivo
  • Affidatevi a professioniste e professionisti: per approfondire il tema della violenza di genere è importante confrontarsi con chi ha competenze specifiche e può offrire strumenti adeguati
  • Create occasioni di dialogo: dedicate tempo a parlare di rispetto, parità, consenso, emozioni e relazioni sane, favorendo il confronto e l’ascolto non giudicante
  • Continuate a formarvi: partecipare a incontri, corsi o momenti divulgativi permette agli adulti di acquisire maggiore consapevolezza e strumenti per educare
  • Conoscete i servizi del territorio: in caso di dubbi o necessità, rivolgetevi agli Spazi Giovani del Consultorio o ai servizi dedicati presenti nella provincia di Rimini, che possono offrire ascolto, orientamento e supporto.

Come si può contattare il CAV per richiedere un percorso di formazione?

Per richiedere informazioni riguardo alla formazione e ai laboratori rivolti a contesti scolastici ed extra scolastici è possibile scriverci.

L’indirizzo è segreteria@rompiilsilenzio.org.

Vi chiediamo di indicare:

  • il tipo di formazione richiesta
  • il pubblico a cui è rivolta
  • il periodo di interesse e, se possibile, un recapito telefonico.

Sarete successivamente ricontattati dall’operatrice referente della formazione per approfondire la richiesta e definire insieme tempistiche e modalità dell’incontro o degli incontri.

Ringraziamenti

Ringraziamo tutte le scuole, i dirigenti scolastici, il personale docente e le studentesse e gli studenti che hanno partecipato al progetto Nora – Tu lo sai?

Un ringraziamento particolare va agli istituti che hanno scelto di accogliere il progetto nei loro territori.

La collaborazione delle scuole è stata fondamentale per poter portare avanti un lavoro di sensibilizzazione e prevenzione sulla violenza di genere e sulla cultura del rispetto su tutto il territorio della provincia di Rimini

Restiamo a disposizione per chi desiderasse proseguire questo percorso attraverso nuove attività formative e di approfondimento

In quanti modi si racconta una storia?

Te ne racconto una.

C’era una volta una ragazza che doveva recarsi da una parente. Lungo la strada incontrò un predatore e la cosa finì molto, molto male.

Per fortuna non morì, ma il peggio non era passato.

La storia non era finita e si iniziò anche a mormorare.

“Perché non è stata attenta?”

Una violenza sessuale, una molestia, lo stalking o un’altra forma di violenza non è inciampare in un gradino.

“Non lo sa quanto è pericoloso per una ragazza, una bambina o una donna andare in giro da sola?”

Nascere donna significa quindi rassegnarsi a non uscire di casa? Ad essere in pericolo sempre in pubblico o in privato?

“Si rende conto che indossare cose vistose può avere delle conseguenze?”

Davvero crediamo che un sacco di iuta o un abbigliamento sia un deterrente per la violenza contro una donna?

“Lo sa bene che il mondo è pieno di predatori?”

Non dobbiamo normalizzare la violenza.

Sappiamo davvero chi sono gli uomini violenti o nell’opinione comune ne abbiamo un’immagine stereotipata?

Mentre la vittima viene richiamata alle conseguenze delle sue presunte scelte, chi agisce violenza viene sempre giustificato dentro una narrazione fatta di assoluzione e minimizzazione.

E com’è un uomo violento?

  • Era un giovane di buona famiglia, che delusione.
  • Era un marito premuroso, ma la sua gelosia lo ha spinto a commettere l’inimmaginabile.
  • È stato preso da un improvviso e incontrollabile raptus.
  • Erano solo un gruppo di ragazzini immaturi.
  • Era frustrato e non si rassegnava alla fine di una relazione.
  • Si stavano separando, aveva perso anche il lavoro, è stato inevitabile quello che è successo.

Il linguaggio traccia il cammino, crea le atmosfere, suggerisce le idee, forma le opinioni e le fonda nella realtà.

Come ci viene raccontata una storia? Quale punto di vista assumiamo?

Dare la colpa a qualcuno o qualcosa risulta più facile che affrontare la domanda: di chi è la responsabilità? In che modo si può intervenire? Come possiamo prevenire affinché la violenza non accada ancora?

Parlare di violenza è problematico, complesso e scomodo e quando una narrazione esce dai binari della consuetudine o si normalizza in una notizia già sentita, provare a raccontare il problema diviene addirittura fastidioso da recepire.

La nostra volontà di prendere le distanze dai fatti gravi che ci sembrano ingovernabili ci porta a semplificare i problemi, ma il tema della responsabilità civile ricade su di noi, anche quando non ci troviamo direttamente coinvolti o coinvolte in una situazione complessa, dolorosa, scomoda.

È nel mettere la distanza, tra noi e le vittime, che diventiamo direttamente responsabili di quello che prende il nome di vittimizzazione secondaria, di cui il victim blaming è solo una delle tante espressioni.

Quando ci mettiamo a confronto con una storia proviamo a metterci nella prospettiva di una vittima, a prescindere dal resto, dal genere, dall’aspetto, dal pregiudizio.

Se non lo possiamo fare, almeno sospendiamo il giudizio e proviamo a capire che cosa nella notizia di una violenza sulle donne o di un femminicidio c’è di oggettivo e cosa c’è di sensazionalistico.

  • Chi viene giustificato e perché?
  • Chi ne sta parlando, che cosa dice?
  • Quali parole usa e dove sposta l’attenzione?
  • Quando finisce una notizia e quando la sofferenza di chi ha subito una violenza, un abuso?

Le donne culturalmente sono ancora oggi ritenute inattendibili o incapaci di governare le emozioni a differenza di una presunta capacità degli uomini di essere più razionali e questo le rende di conseguenza indirettamente responsabili di quanto di negativo e violento le accade.

La natura non c’entra, è nella cultura del rispetto, dell’informazione, del linguaggio e della prevenzione che dobbiamo e possiamo fare ancora molto.

Cambiare la nostra narrazione della violenza, per le donne e non solo, è un primo passo vitale e fondamentale.

Hate speech – L’odio dietro le parole

Il linguaggio d’odio interessa ciascun individuo nella rete, ma ancora una volta il triste primato dell’odio online ha in cima alle sue classifiche le donne.

Ogni donna che si espone dentro un social sarà potenzialmente più esposta ad un’ampia gamma di critiche, che vanno dagli apprezzamenti denigratori, sulla sua immagine o sul suo corpo, ad insulti e offese su ogni frase che dice, pensiero che formula o causa che sostiene.

L’apice dell’insulto arriva, nelle sue forme più violente, a minacce fisiche o di stupro.

Benché l’odio non sia imputabile ad un genere in esclusiva, il genere femminile è quello che lo subisce di più. Anonimato, impunità, tranquillità nello sfidare i rischi, freni inibitori azzerati da onde emotive incontrollate e la protezione offerta di uno schermo sono i suoi amplificatori.

Da dove si genera tutto questo disprezzo, questa misoginia, questo senso di sopraffazione?

Forse sarà vero che la società è in crisi, forse che sarà vero che i social e i loro algoritmi spingono maggiormente contenuti divisivi e conflittuali di quelli divulgativi e culturalmente elevati, per generare pubblico e traffico di dati, ma non è tutto qui.

Culture misogine, stereotipi e pregiudizi sulle donne spingono una società sempre più alla ricerca di risposte semplicistiche dentro la rete, che ha perso la sua funzione principale come contenitore di risorse, trasformandosi di fatto in mercificazione dei dati e marketing aggressivo associato, mascherata da nuove derive di self-made di successo.

I luoghi di socialità allargata diventano spesso spazi di solitudine aumentata.

L’intelligenza artificiale è diventata il nostro dispensario e la sfera digitale un luogo dove la cacofonia dell’odio è lo strumento per sfogarsi limitando di fatto l’espressione di chi la frequenta in maniera del tutto pacifica, innocua o divulgativa e creativa.

Oggi il nostro sentire, affamato digitalmente di stimoli, sovrasta il senso della collettività, della cura, della necessità di prendersi del tempo.

Affrontare un problema richiede tempo, ascolto, aiuto concreto, da persona a persona: è un atto in divenire. In questo scenario essere di un genere piuttosto che di un altro è indifferente.

Nella realtà del furioso e veloce, parafrasando il titolo di una saga, distruggere è meglio che costruire, così come sentire è più importante che capire, includere, confrontarsi in un dialogo.

Il dialogo è di fatto una minaccia, perché può potenzialmente minare la nostra disarmante ignoranza e le nostre certezze.

Dichiarazioni apparentemente innocue come negare la legittimità del reato del femminicidio cercano di seppellire il diritto delle donne non solo ad autodeterminarsi, ma a rivendicare una parità che tenga conto di tutte le differenze di genere.

Eppure il discorso è chiaro per chi non vuole fermarsi all’apparenza.

La parola femminicidio non indica il sesso della persona morta. Indica il motivo per cui è stata uccisa. Michela Murgia.

Quali sono le cause profonde che creano la violenza in generale e quella di genere in particolare? Come possiamo contrastarle, nel nostro quotidiano, nelle singole scelte che facciamo? Dobbiamo voler cambiare, guardare, partire da noi stessi.

Davvero vogliamo un mondo in cui domini la sola forza del più stupido, meschino, ignorante essere umano, invece di un mondo che cerca di migliorare cercando nuove idee, nuove frontiere di conoscenza, scambio e creatività?

Odiare è facile, immediato, persino liberatorio, ma non è l’unica strada.

Il linguaggio d’odio non è libertà di parola!

Per approfondire

Abbiano selezionato alcuni articoli che potrebbero darvi la misura del fenomeno dell’Hate speech, vi rimandiamo al sito della Rete Nazionale per il Contrasto ai Discorsi e ai Fenomeni d’Odio.

Segui i prossimi articoli.

Linguaggi digitali – Libri per navigare

I linguaggi sono tanti e le informazioni giungono a noi da fonti diverse.

Comprendere il linguaggio digitale è importante per imparare ad orientarsi nelle scelte, capire come comportarsi e come comunicare con le altre persone.

Le parole sono i mattoni che costruiscono i nostri significati, ma anche quelli che indicano la strada per conoscere o scoprire quello di cui abbiamo bisogno.

Vi proponiamo alcuni libri dedicati alle ragazze e ai ragazzi che vogliono approfondire il linguaggio digitale o che semplicemente vogliono dare uno sguardo al mondo della comunicazione.

Navigare senza paura, Sigfrido Ranucci, Ape Junior - Un libro gioco per simulare una situazione digitale attraverso un mezzo opposto per prendersi il tempo di pensare.

Fascia d’età: da 10 a 13 anni e per gli adulti curiosi che vogliono affacciarsi sulle scelte dei più giovani.

Un libro interessante e curioso, perché vi offre una breve esperienza analogica per riflettere sul digitale.

È infatti un libro gioco. Le storie che propone sono quattro e ciascuna introduce brevemente dentro la situazione con la quale misurarsi:

  1. Intelligenza artificiale: si o no? Farsi aiutare con l’AI per fare i compiti.
  2. Scherzo negli spogliatoi. Sullo scherzare oltre il lecito
  3. Dai il consenso? Su dati personali e la privacy
  4. Un duetto da urlo. Raccontare un fatto alterandone l’accaduto

Il lettore può scegliere tra sei scenari/decisioni e seguirne il filo delle conseguenze e la conclusione

Alla fine del libro, se si vuole, c’è un approfondimento più strutturato, adatto anche agli adulti.

Il consiglio è iniziare dallo scenario che non vorresti intraprendere, per poi passare a qualche altra decisione per cambiare prospettiva.

Fascia d’età: da 10 a 13 anni , ma anche per gli adulti che vogliono orientarsi dentro le parole del linguaggio digitale o vogliono approfondire.

Un manuale dentro i linguaggi del digitale, per neofiti o per chi voglia fugare le proprie certezze.

Quello che dovremmo sapere sui social media non è mai abbastanza.

Il testo offre consigli e avvertenze per navigare dentro concetti e parole dall’aspetto familiare:

  • Quali dati personali è meglio non pubblicare?
  • Che cos’è la reputazione online e offline?
  • Se posto, cosa posto?
  • Vittima, Bullo, Spettatori chi sono?
  • Il rispetto della legge quali vincoli ha?
  • Troll del mondo digitale, che cosa sono?

Ogni capitolo un argomento specifico, per scoprire e capire i risvolti della socialità ai tempi del digitale. Schede riepilogative ti aiutano a chiarire i dubbi e rischi.

Per esplorare questo libro prova a sfogliare il Capitolo 13 Sconosciuti e messaggi diretti – pagina195.

Penso parlo posto. Breve guida alla comunicazione non ostile, Carlotta Cubeddu, Federico Taddia, Il castoro. Un libro per dare una scossa ai tuoi neuroni

Fascia d’età: da 11 a 15 anni e per gli adulti che hanno voglia di confrontarsi con se stessi, in piccoli esercizi di comunicazione introspettiva.

Tentando un approccio diverso. Il libro si presenta come un manifesto per cambiare il mondo una parola alla volta.

Puoi partire dalle pagine 16-17 – Trovi il Manifesto in 10 punti sulla comunicazione non ostile.

Ogni punto rimanda poi al rispettivo capitolo in maniera più argomentata, attraverso domande ed esempi. Un libro per dare una scossa ai tuoi neuroni, seguendo quello che più ti incuriosisce.

Ecco tre punti interessanti del Manifesto da cui iniziare a riflettere o confrontarti.

Punto 3Le parole danno forma al pensiero – Mi prendo tutto il tempo necessario a esprimere al meglio quello che penso.

Punto 5 – Le parole sono un ponte – Scelgo le parole per comprendere, farmi capire, avvicinarmi agli altri.

Punto 9Gli insulti non sono argomenti – Non accetto insulti e aggressività, nemmeno a favore della mia tesi.

Un libro per guardarsi dentro, per provare ad interrogarsi sul linguaggio che usiamo e per comunicare meglio con le altre persone.

Il libro ha qualche anno alle spalle, ma interessante per approccio e per contenuti. Vi segnaliamo il capitolo 4 che riassume bene il concetto di Bulli e Cyberbulli con approfondimenti, esempi e consigli.

Fascia d’età – dai 10 anni

Internet, mezzo o fine? La rete nasce come opportunità, dentro le migliori intenzioni, ma l’accessibilità diffusa ne cambia e ne amplifica gli aspetti, così la libertà deve assumere nuove definizioni e confini. Dai uno sguardo al capitolo Deep fake, l’ultima frontiera.

Fascia d’età – da 12 anni

Ma la verità esiste ancora? Questo è il titolo da cui potete iniziare la lettura. In questo capitolo si racconta la storia delle fake news tracciando un percorso di consapevolezza del fenomeno dentro una narrazione chiara ed efficace.

Fascia d’età – da 12 anni

Per riepilogare

  • Navigare senza paura. Il libro per giovani esploratori digitali, Sigfrido Ranucci, Ape Junior
  • Social Media. Manuale di sopravvivenza, Holly Bathie, Usborne
  • Penso parlo posto. Breve guida alla comunicazione non ostile, Carlotta Cubeddu, Federico Taddia, Il castoro
  • Cyberbulli al tappeto. Un piccolo manuale per l’uso dei social, Teo Benedetti, Davide Morosinotto, Editoriale Scienza
  • Fake News. Haters & Cyberbullismo. A chi servono e come difendersi, Mauro Munafò, Centauria
  • Il falso e il vero. Fake News: che cosa sono, ci riguardano, come evitarle, Gabriela Jacomella, Feltrinelli

Per approfondire leggi cyberbullismo e la violenza digitale.

Buona lettura!

Parole parole, soltanto parole?

Ecco i risultati del sondaggio – Che potere hanno le parole?

La parola che più ha spiccato in questo sondaggio è stata il Noi associato al tema dell’amore, ma questo piccolo gruppo nominale (sintagma nominale, per la precisione) è associabile anche agli altri temi della nostra campagna Tu lo sai?.

Abbiamo quindi preso il Noi e lo abbiamo messo in relazione a:

  • Corponoi come umanità, corpo sociale e politico in dialogo
  • Libertà noi uguali nei diritti, nell’impegno, nella parità a tutti i livelli
  • Amorenoi come coppia, come famiglia, comunità, in tutte le sue sfumature
  • Violenzanoi insieme per contrastarne il potere

Gli altri risultati li abbiamo sintetizzati qui sotto.

Avete partecipato in tanti, grazie, e le parole era davvero moltissime, ma per rendere l’articolo più completo abbiamo dato spazio a quelle risposte che contenevano anche una spiegazione.

In qualche caso il significato che avete voluto dare è stato completato o aggiustato, ma abbiamo cercato di mantenere il massimo dell’originalità.

Per ogni tema fin qui trattato vi riportiamo la domanda di partenza ed alcune delle parole più curiose, suggestive o sorprendenti.

Corpo

Quali parole assoceresti al CORPO?

Memoria

Il corpo conserva esperienze, emozioni, traumi e gioie. Può essere vissuto come libertà oppure come qualcosa da nascondere, correggere o difendere. Credo sia importante tornare a considerarlo non come un oggetto da valutare, ma come uno spazio da rispettare.”

Prigione, Gabbia, Limite, Confine.

Il corpo spesso è una prigione, sta a noi utilizzarlo come veicolo di libertà“.

Campo di battaglia

Tutti vorrebbero agire sul corpo, anche altrui. E questo richiama la parole piacere, giovinezza esaltata, aging, aborto, libertà, nudità.”

Libertà

La parola LIBERTÀ a cosa ti fa pensare?

Respiro

Questa è una delle parole più scritte in relazione al tema della libertà. Nessuno l’ha però spiegata. Abbiamo scelto di intrepretarla così:

“Respirare a pieni polmoni con intenzione, magari in un luogo naturale o accogliente, è ciò che più restituisce l’idea della libertà, esattamente come il restare senza respiro o non riuscire a respirare ti fa pensare all’opposto dell’essere liberi. Respiro che spesso diamo per scontato, come la libertà.”.

Negata, abitata, non ricercata

Parola vuota, andrebbe dato un altro nome più preciso a questa parola ‘tutto dire e niente fare‘. La libertà inizia solo dove non danneggia il prossimo.”

Libertà è anche negativa. Fa paura. E non sempre si ha coraggio di usarla.”

Conquista

“Non sembra una condizione naturale della specie. Spesso è condizionata. C’è troppa disparità tra gli essere umani.”

Amore

Quante sono le parole per descrivere l’AMORE?

Ubriacamento

“Ubriacamento temporaneo che fa fare cose sciocche.”

Confusione

Spesso sono legate ad un tormento, passione. Spesso confuse con tempesta ormonale. Non so se è uguale in tutte le latitudini. L’amore si insegna?.”

Positivo

Positivo, in tutte le sue forme. L’importante oggi è declinarlo all’altro. Rispettando e conoscendo sé stessi. Ma l’amore non è tale se solo verso di noi. Implica per definizione l’altra/o.”

Lavoro

Lavoro, lavoro, lavoro. Fatica, fatica, fatica. Totalmente diverso dal concetto di innamoramento che è una pura esplosione di entusiasmo. Significa anche capire, conoscere, creare lo spazio necessario per comprendere. Per me è il contrario di possedere, ed è un modo per capire innanzi tutto se stessi, proiettandoci sull’altro. Comporta una fatica grande: mettersi in secondo piano.”

Violenza

La Violenza quali parole usa e con quali la possiamo contrastare?

Controllo psicologico

“Credo che rompere il silenzio significhi anche cambiare linguaggio; smettere di chiedere alle vittime Perché non sei andata via? e iniziare a chiedere Chi ti ha fatto sentire senza scelta? Le parole possono ferire profondamente, ma possono anche restituire dignità e possibilità di uscita.”

La violenza usa parole come: colpa, vergogna, paura, controllo, umiliazione, silenzio, ricatto, svalutazione.”

Usare parole diverse

“Spesso la violenza non inizia con uno schiaffo, ma con parole che confondono, minimizzano e isolano. La possiamo contrastare con parole completamente diverse: ascolto, credibilità, consenso, rispetto, autonomia, rete, educazione, consapevolezza.

Significati nascosti

La violenza usa anche le parole, non è necessariamente detto che debbano essere riconosciute come negative nell’immediato: possono anche essere non drammatiche prese singolarmente, ma si colorano di scuro nell’insieme. Come un’iniziale brezza che diventa poi tornado.”

Non sappiamo se sarai d’accordo con le riflessioni proposte, te le abbiamo riportate perché possa discuterne, magari con qualcuno che conosci o per trovare nuovi significati.

Il sondaggio resta aperto.

Puoi scriverci quello che pensi anche nei commenti del post Instagram!

Oltre lo schermo

Fare formazione sulla violenza di genere ai tempi del digitale

Il 9 maggio alle ore 15:30, presso la Biblioteca Comunale di Montecopiolo, si terrà il laboratorio Oltre lo schermo, dedicato al tema della violenza di genere online, condotto da due operatrici del Centro Antiviolenza Rompi Il Silenzio.

L’incontro è rivolto alle ragazze e ai ragazzi delle scuole superiori che vivono nell’Unione dei Comuni della Valmarecchia.

Il laboratorio intende promuovere una maggiore consapevolezza sul tema e contribuire alla costruzione di una cultura del rispetto e della non violenza, anche in ambito digitale.

Uno spazio di confronto aperto e partecipato attraverso il dialogo e la condivisione di opinioni ed esperienze.

L’iniziativa si inserisce nel ciclo di incontri del progetto Tu lo sai?, realizzato nell’ambito del bando Nora Against GBV e finanziato da Action Aid, Fondazione Realizza il Cambiamento e l’Unione Europea.

Perché è importante fare formazione sulla violenza di genere?

Le forme di violenza digitale possono essere meno evidenti o più difficili da riconoscere, ma producono effetti concreti, profondi e duraturi per chi le subisce.

Fare formazione su questi temi significa offrire strumenti per leggere in modo critico ciò che accade negli spazi digitali e costruire insieme modalità efficaci per contrastare e prevenire la violenza, promuovendo relazioni sane, rispettose e consapevoli, anche online.

A chi si rivolge questo incontro?

Il laboratorio è pensato per coinvolgere attivamente i ragazzi e le ragazze, valorizzando il loro punto di vista, le loro esperienze e le loro opinioni, attraverso il confronto, il dialogo, la partecipazione attiva, in maniera e inclusiva e non giudicante.

L’incontro mira a favorire una maggiore comprensione delle forme di violenza di genere, con un focus specifico su quelle che si manifestano attraverso gli strumenti digitali.

Che cosa prevede il laboratorio?

Il laboratorio Oltre lo schermo – Riconoscere e contrastare la violenza di genere online, si configura come uno spazio dinamico di scambio, in cui i partecipanti non sono semplici ascoltatori, ma parte attiva del percorso.

Particolare attenzione è dedicata al riconoscimento e al racconto delle diverse forme di violenza di genere online, spesso meno visibili ma ugualmente impattanti, e allo sviluppo di strumenti utili per prevenirle e contrastarle.

Quali temi vengono affrontati?

Il laboratorio affronta le principali forme di violenza di genere, con un focus specifico su quelle che si manifestano negli ambienti digitali.

I principali temi trattati sono:

  • la diffusione non consensuale di materiale intimo e privato
  • il controllo tramite dispositivi digitali
  • l’hate speech come forma di violenza verbale online
  • altre dinamiche di sopraffazione, pressione o manipolazione che possono emergere nelle relazioni digitali.

Vuoi mettere alla prova le tue conoscenze digitali?

Fai il Quiz.

Featured Image

 

Questo quiz raccoglie solo i dati generali per le statistiche della Campagna Tu lo sai? non i dati personali.

Grazie per la tua collaborazione.


Vi aspettiamo!

L’amore non uccide

Che cosa c’è dietro un femminicidio?

L’uccisione di una donna in quanto donna è definita femminicidio.

Il termine è stato introdotto dalla sociologa Diane Russel nel 1992, ma a renderlo più significativo è stata la studiosa femminista Marcela Lagarde, che ne ha esteso e completato il significato.

Reato che include tutte le forme di misoginia atte a provocare un annientamento fisico e psicologico della donna, non solo l’uccisione di una donna in quanto donna.

Quando muore una donna possiamo scegliere di non voltarci dall’altra parte.

Possiamo cercare di guardare ad una storia di violenza non solo come un dato, un fatto, ma interrogandoci su quello che non vediamo in questo crimine di genere?

La violenza non è sempre visibile

Tendiamo a vedere il problema sono nel suo effetto eclatante e questo alimenta la nostra involontaria indifferenza. Eppure l’invisibile è sempre e solo una questione di prospettiva.

Violenza Visibile o esplicita

  • femminicidio
  • violenza sessuale
  • violenza fisica
  • minacce

È la più visibile, disarmante, paralizzante, ma è importante non voltarsi o credere che non ci riguardi. La violenza non è facile da guardare in faccia, ma quando una donna subisce violenza, La violenza non è facile da guardare in faccia, ma quando una donna subisce violenza, sono l’umanità e la dignità di ogni persona ad essere in pericolo.

Violenza Invisibile

  • controllo
  • denigrazione
  • manipolazione
  • colpevolizzazione
  • ricatti emotivi

Si nasconde, si maschera, si mimetizza in pubblico, ma diventa sottile e feroce in privato. Recide i legami personali, familiari, sociali, toglie la libertà, l’amore di sé.

Violenza Simbolica

  • linguaggio o umorismo sessista
  • oggettivazione della donna nei media
  • discriminazione legata al genere
  • educazione ai ruoli di genere stereotipati
  • minimizzazione della violenza di genere e giustificazioni basate su presunte argomentazioni biologiche

È la più sottovalutata, perché affonda le sue radici in stereotipi, in ruoli imposti, in pratiche culturali frutto di pregiudizi e ingiustizia sociale che abbiamo interiorizzato.

La violenza di genere è un fatto culturale che può essere cambiato partendo da piccoli gesti di consapevolezza, dentro le buone pratiche quotidiane, decostruendo stereotipi e ruoli di genere, favorendo e incoraggiando la parità, usando linguaggi, verbali e visivi, che siano inclusivi e non discriminatori.

Poniti in ascolto degli altri, di ciò che senti, di chi ti sta intorno.

Affianca chi lotta per la parità, i diritti o per un cambiamento sociale, culturale, inclusivo.


Ecco un prezioso libro, chiaro, sintetico, esaustivo.

Che genere di violenza, Maria Luisa Bonura, Edizioni centro studi Erikson.

Questo libro ti accompagna dentro il problema ed offre preziosi esempi tratti da storie vere, di donne che si sono rivolte ai CAV. Testimonianze dirette, di una varietà sconcertante, che vanno a completare e sostenere i vari studi sul fenomeno.

Un testo facile da approcciare, che ti permette di approfondire, capire e riflettere concretamente sulla realtà della violenza di genere.

Il ciclo della violenza o ciclo dell’abuso

L’americana Lenore Edna Walker, psicologa forense, educatrice e professoressa alla Nova South Eastern University mise a punto nel 1979 il Ciclo dell’Abuso o come comunemente lo chiamiamo ora, il Ciclo della Violenza all’interno del suo saggio intitolato The Battered Woman Syndrome, Springer Publishing Company, 2009. 

Nacque in seno ai suoi studi criminologici, ma venne ben presto adottato in studi clinici, legali ed educativi. Ad oggi infatti è uno schema che sintetizza le fasi attive di un abuso. 

Walker ha introdotto il concetto della Sindrome della donna maltrattata, come sottocategoria del disturbo post-traumatico da stress e per farlo ha messo in luce quattro modelli ricorrenti nelle relazioni abusanti: 

  1. La costruzione o creazione della tensione
  2. Il maltrattamento
  3. La riconciliazione
  4. La luna di miele

Vediamoli nel dettaglio

1. La costruzione o creazione della tensione

È la fase in cui c’è un aumento di tensione che può innescarsi con un crollo della comunicazione – silenzi, litigi, incomprensioni, controllo del telefono, dubbi sulla fedeltà – che portano la donna ad essere impaurita e frustrata. In questa fase la donna sente di dover mettere in atto meccanismi per placare l’abusante, lo fa generalmente cercando di prevenire l’eccesso di rabbia.

  • La donna può vivere stati di ansia continui, per paura di uno scoppio d’ira.
  • La durata di questa fase è molto variabile, infatti di parla di poche ore, come di mesi. 

2. Il maltrattamento

È la fase in cui si passa dalla tensione inespressa ad intimidazioni verbali, segregazione, isolamento, colpevolizzazione, discussioni accese, maltrattamenti fisici e/o sessuali.

Questa è sicuramente la fase più attiva e meglio riconoscibile, in quanto il controllo viene agito in modo esplicito e manifesto. La violenza si esprime sia verbalmente, sia fisicamente, anche attraverso minacce e uso di armi o oggetti da taglio. Questa fase può scaturire nell’esigenza di cure mediche e passaggio al pronto soccorso da parte della vittima.

  • È il momento in cui l’aggressore domina la vittima contro la sua volontà.
  • È questa la fase in cui chi è vittima di violenza di solito si accorge di esserlo. 

3. La riconciliazione

Dopo la discussione accesa, spintoni, schiaffi e/o altri maltrattamenti l’abusante si scusa, cerca spiegazioni, incolpa la vittima e nega i maltrattamenti avvenuti, dicendo che non erano così come la vittima li descrive e quindi, in definitiva, sminuendo quel che ha fatto. 

  • La vittima è portata ad accettare la versione dell’abusante e accetta le scuse e le giustificazioni del partner
  • La donna si addirittura la responsabile della violenza

4. La luna di miele

È un momento più o meno lungo di calma in cui l’episodio violento viene dimenticato e non accade nulla di pericoloso. Può anche diventare una fase in cui l’abusante tenta la riconquista della persona maltrattata, attraverso promesse – es. “non lo farò più” – o riferimenti ai momenti belli passati insieme. È una fase molto delicata in cui si rende necessario per l’abusante ricreare un ambiente favorevole perché si possa riattivare la fase della tensione in maniera graduale, mediante il ristabilimento della routine quotidiana. 

  • La donna crede che il peggio sia passato e che tutto andrà bene
  • La donna si accorge solo con il passare del tempo che le dinamiche violente sono di nuovo in atto, da cui il ciclo riparte, per peggiorare rispetto a quello precedente.

In conclusione

Una volta che in un rapporto si instaura il ciclo della violenza, questo schema tende a ripetersi a intervalli variabili nel tempo, ma si nota un escalation di aggressività e di efferatezza nella fase di maltrattamento tra un ciclo e l’altro e anche le altre fasi tendono ad essere via via più brevi. 

Insieme ai tempi più ridotti per la persona vittima aumenta lo stato d’ansia, l’autosvalutazione e il senso di impotenza che porta la persona a sentire che tutto sta per crollare da un momento all’altro e a trasformarsi in discussioni, colpevolizzazioni anche per motivi futili, intimidazioni verbali e punizioni attraverso la segregazione e il controllo della vita quotidiana. 

Riconoscere le fasi del ciclo della violenza è importante sia per chi aiuta le persone maltrattate e soprattutto per chi subisce abusi ed è uno strumento utile, che permette di riconoscere il momento che si sta vivendo in un rapporto abusante.

Se vi siete riconosciute o avete riconosciuto una persona che potrebbe essere dentro questa situazione, contattate un Centro Antiviolenza, anche prima che la situazione arrivi a maltrattamenti espliciti e pericolosi per la propria sicurezza e incolumità fisica. 

Troverete operatrici specializzate su questi temi ad accogliervi.

Sondaggio – Come si misura la libertà?

Questo quiz raccoglie solo i dati generali per le statistiche della Campagna Tu lo sai? non i dati personali.

Grazie per la tua collaborazione.

Amore, che musica hai in testa?

Quale musica suona, batte, vibra in te?

Basta dirsi ti amo, avere il cielo in una stanza, parlare dell’Universo, perché sia amore?

Su cosa posso costruire l’amore, se non so capire quello che senti, se tu non mi capisci?

Senti le mie promesse?

Come prima e più di prima, t’amerò.

Senti le mie suppliche?

Non lasciarmi.

Oppure sono solo parole parole, soltanto parole?

Dentro un lungo addio, dell’amore cosa resta?

Qualcosa continua a far rumore.

L’amore è tutto e niente, ma conta quello che è stato, fuori da ogni rimpianto.

Nulla è più reale dell’amore.

Scomporre l’amore in molecole facendo tornare indietro il tempo non serve, è roba da scienziati.

L’amore è sulla pelle, dentro di te.

Dell’amore tieni qualcosa di buono, di giusto.

Capiscine la misura, il peso.

Cercare di dirsi addio, augurandosi buona fortuna, non è facile, ma forse dopo mille passi potrai lasciare i ricordi dietro di te.

Capire e non ferire questo è amore.

L’amore non manipola, non soffoca…

Non ferisce, non ti umilia, non ti lascia esangue, esamine…

L’amore non possiede.

L’amore può fare di tutto ma non del male.

Qual è il potere dell’amore?

Come suona il tuo amore?

Quali canzoni ti ha lasciato?