Dalle piazze alle scuole: il viaggio del progetto NORA, “Tu lo sai?” contro la violenza di genere

Con questo articolo si chiude l’esperienza del progetto “Tu lo sai?”, realizzato dal Centro Antiviolenza Rompi il Silenzio nell’ambito del bando NORA Against GBV, progetto promosso da ActionAid, Fondazione Realizza il Cambiamento e Unione Europea, a sostegno delle iniziative di prevenzione e contrasto alla violenza di genere.

Questo bando ha rappresentato per noi una preziosa opportunità per sensibilizzare, informare e offrire strumenti per il contrasto alla violenza di genere e per costruire nuove reti di supporto ai territori della provincia di Rimini.

Nel nostro lungo cammino abbiamo incontrato tante persone interessate che ci hanno accolto e supportato.

Abbiamo affrontato temi complessi come le nuove forme di violenza digitale. Ci siamo confrontate con le giovani generazioni e la comunità per includere donne e uomini di età e provenienza diverse.

Insieme abbiamo parlato di corpo, libertà, amore, consenso e linguaggio, per far capire come la violenza di genere sia trasversale ai tanti temi della nostra quotidianità e per far comprendere come le forme di violenza sulle donne si sviluppano e mutano dentro la nostra cultura e nell’utilizzo della tecnologia.

Gli strumenti di divulgazione della campagna

La campagna Tu lo sai? oltre alla comunicazione digitale sul sito di Rompi il Silenzio, i suoi social e questa pagina dedicata con contenuti e quiz, ha diffuso direttamente le informazioni sul territorio della Valmarecchia attraverso incontri pubblici, percorsi formativi nelle scuole e banchetti per distribuire materiale e dialogare direttamente con cittadine e cittadini.

Il progetto Tu lo sai? ha viaggiato nei mesi estivi, da giugno ad agosto, sulla linea 160 su 10 mezzi di trasporto pubblico locale per raggiungere le persone della Valmarecchia.

Alcuni numeri

I numeri ci confermano che siamo andate nella giusta direzione.

  • Landing page 900 visitatori e 2.278 visualizzazioni – da marzo ad agosto – Quiz e Sondaggi: 263 partecipanti
  • Instagram 72.706 visualizzazioni – 2.304 interazioni (like- commenti – condivisioni) – da ottobre ad agosto – Il profilo social di Rompi il silenzio ha acquisito 15,4 % in più di followers
  • Laboratori e incontri pubblici 15 incontri formativi hanno interessato 241 giovani di cui 92 ragazze e 66 ragazzi – Le persone dei territori che hanno partecipato agli eventi sono state 500 circa

Gli eventi e la presenza sul territorio

Da marzo fino a fine estate, il progetto ci ha viste protagoniste in contesti diversi e dinamici, portando la cultura del rispetto e della non violenza direttamente nei luoghi di vita quotidiana delle comunità della Valmarecchia.

  • 8 marzo Sant’Agata Feltria. In occasione della Giornata internazionale della donna abbiamo partecipato ad un incontro pubblico dedicato al contrasto della violenza di genere in tutte le sue forme, presso il Museo delle Arti Rurali.
  • 13 aprile Santarcangelo di Romagna. Lo sport si è trasformato in un veicolo prioritario di messaggi positivi grazie alla partita di calcio organizzata per sensibilizzare la cittadinanza.
  • 24 maggio Centro Giovani di Villa Verucchio. Un incontro sui temi della violenza di genere per dialogare da vicino con le nuove generazioni all’interno dei loro spazi di ritrovo.
  • 7 giugno Festa dei Popoli di Villa Verucchio. Giornata di scambio interculturale, inclusione e vicinanza, impreziosita dall’incontro con la comunità e con il Vescovo di Rimini.

I laboratori nelle scuole: dare voce alle nuove generazioni

Tra gennaio e maggio 2026, il progetto “Tu lo sai?” è entrato nelle scuole dell’Alta Valmarecchia, portando la formazione e la sensibilizzazione sulla prevenzione della violenza di genere negli ambienti digitali.

Sono stati realizzati 15 laboratori della durata di due ore ciascuno, condotti dalle operatrici di Rompi Il Silenzio, che hanno coinvolto studentesse e studenti nella fascia d’età 11-19 anni in alcuni istituti dei comuni di Novafeltria, Villa Verucchio, Verucchio, Montecopiolo, Pennabilli e Sant’Agata Feltria.

Per rispondere alle diverse esigenze delle fasce d’età coinvolte, sono stati progettati due percorsi specifici.

1. OLTRE LO SCHERMO – Riconoscere e contrastare la violenza di genere online.

Il percorso è stato rivolto alle scuole secondarie di secondo grado dell’Alta Valmarecchia.

Il laboratorio ha affrontato alcune delle principali forme di violenza e abuso che possono manifestarsi negli ambienti digitali, tra cui hate speech, controllo dello smartphone e condivisione non consensuale di contenuti privati.

Attraverso quiz interattivi e attività di confronto, le studentesse e gli studenti sono stati coinvolti in un percorso di riflessione volto a stimolare la discussione di gruppo e a mettere alla prova il livello di consapevolezza rispetto alle tematiche di genere e alle dinamiche di controllo e violenza online.

Luoghi degli incontri

  • Biblioteca Comunale di Montecopiolo
  • Fondazione Valmarecchia (sedi di Villa Verucchio e Novafeltria), con il corso per Operatore della Ristorazione a Villa Verucchio e il corso per Operatore Tecnico Informatico a Novafeltria

2. VOCI DIGITALI – Riconoscere e contrastare la violenza nelle chat online

Il percorso è stato rivolto alle scuole secondarie di primo grado dell’Alta Valmarecchia.

Attraverso una metodologia partecipativa, le operatrici hanno guidato le classi nell’analisi di una conversazione fittizia su WhatsApp, ideata appositamente per il laboratorio e costruita a partire da situazioni concrete di abuso digitale: monitoraggio della posizione GPS, controllo dei messaggi, diffusione non consensuale di fotografie e hate speech.

Durante la simulazione, ogni partecipante ha utilizzato un’“Agenda dell’investigatore digitale”, uno strumento cartaceo progettato appositamente per aiutare ragazze e ragazzi a individuare e annotare i comportamenti problematici, riflettendo sui meccanismi attraverso cui il controllo all’interno delle relazioni affettive può essere normalizzato.

Luoghi degli incontri

  • Istituto Comprensivo Statale di Pennabilli – “P. O. Olivieri”: sedi di Montecopiolo, Pennabilli, Sant’Agata Feltria
  • Istituto Comprensivo Statale ponte sul Marecchia – sedi di Verucchio e Villa Verucchio
  • Istituto Comprensivo “A. Battelli” di Novafeltria

Riflessioni e prospettive sulla formazione

Portare progetti dedicati al contrasto della violenza di genere nei territori dell’entroterra, distanti dai grandi centri più urbanizzati, è stata una sfida vincente. L’entusiasmo e la collaborazione del corpo docente, uniti alla grande ricettività dei ragazzi, confermano il valore di queste iniziative.

Allo stesso tempo, l’esperienza sul campo ha evidenziato quanto spesso i giovanissimi tendano a normalizzare il controllo digitale nella coppia e quanto sia urgente strutturare percorsi educativi continuativi che vadano oltre il singolo incontro, per accompagnare ragazze e ragazzi in una crescita emotiva e relazionale consapevole.

Ringraziamenti

È stato un percorso lungo, denso di significato e di emozioni.

Desideriamo ringraziare di cuore:

  • Le Amministrazioni comunali che ci hanno sostenuto e hanno permesso di portare la voce della non violenza nell’entroterra della Valmarecchia: un grazie speciale al Comune di Santarcangelo di Romagna, al Comune di Verucchio (e Villa Verucchio), al Comune di Sant’Agata Feltria e al Comune di Montecopiolo.
  • Le scuole di Novafeltria, Villa Verucchio, Verucchio, Montecopiolo, Pennabilli e Sant’Agata Feltria.
  • I professionisti che hanno curato l’identità e lo sviluppo del progetto con impegno e grande dedizione. Un lavoro fondamentale che ha permesso di dare valore a tutto il lavoro. Un grazie sentito a Ketty Parente per il grande lavoro di comunicazione, la redazione dei contenuti social e della pagina web; Davide Falzone per il progetto grafico pop e accogliente della campagna digitale e dei supporti analogici; Matteo Colombo per lo sviluppo della Landing page.
  • Tutto il Team NORA – ActionAid, che con grande professionalità e attenzione ci ha guidato e formato in questo cammino.
  • Le operatrici di Rompi il Silenzio: Sofia, Elisa, Carmela, Serry, Serena, Mirella e Valentina. Un’équipe capace, appassionata e attenta, che attraverso la sua professionalità ha saputo mettersi alla prova ogni giorno sul campo.
  • Rompi il Silenzio e l’equipe di volontarie che hanno contribuito a diffondere e sostenere le iniziative legate a questa campagna e il Direttivo del CAV che ha creduto nel progetto.

Grazie a tutte le persone che hanno interagito con la pagina Tu lo sai? leggendone i contenuti, partecipando ai quiz, iscrivendosi alla Newsletter e supportandoci sui profili social associati alla campagna.

Restiamo in contatto!

Anche se il Progetto Nora si è concluso, la nostra presenza e il nostro impegno sul territorio continuano.

La Landing page “Tu lo sai?” rimarrà attiva come punto di riferimento, per offrire risorse informative, materiali e contatti utili a chiunque ne abbia bisogno.

Continuate a seguirci sul sito e sui canali social di Rompi il Silenzio per rimanere aggiornate e aggiornati sulle prossime iniziative, sugli eventi e per continuare a fare rete insieme a noi.

Il cambiamento si costruisce ogni giorno, insieme!

Il consenso sempre e ovunque

Le abitudini e le interazioni cambiano e variano con il mutare di opportunità e mezzi

La sessualità non è da demonizzare, ma deve essere liberamente condivisa e consensuale, dentro confini definiti e chiari.

Nuove forme e nuove pratiche si stanno diffondendo attraverso gli strumenti digitali.

Il Sexting è la pratica di scambiarsi messaggi contenenti foto e/o video erotici e sessualmente espliciti.

Questa attività è entrata a far parte del modo in cui viviamo l’intimità, ma deve rimanere un mezzo virtuale per relazionarsi in uno scambio intimo, non il solo strumento per vivere la sessualità.

Piccoli consigli nell’era digitale

La violenza non si subisce solo fisicamente e ricevere immagini sessualmente esplicite senza consenso è una forma di violenza reale.

Il tema del consenso è per questo sempre la prima cosa da tenere presente.

Il consenso deve essere esplicito, attuale, revocabile in qualsiasi momento e riguarda sia le interazioni fisiche che digitali, come il Sexting e la condivisione di immagini intime.

  1. Assicurati che l’altra persona lo voglia davvero prima di inviare messaggi o foto intime
  2. Ascolta la risposta, assicurati di non aver frainteso. Chi dice no non sempre lo lascia trasparire verbalmente
  3. Rispetta lo spazio, la decisione, i ritmi del partner
  4. Avere dubbi è legittimo, naturale, normale. Se non ti senti sicura/o non farlo. Il tuo essere a disagio conta
  5. Definisci i confini o concordali insieme al partner
  6. Proteggi la tua privacy e i tuoi dati

Se le tue immagini intime sono state diffuse senza consenso

  • Salva le prove attraverso screenshot sui profili social o i siti web in cui le tue immagini sono apparse
  • Chiedi la rimozione alle piattaforme su cui li hai individuati
  • Rivolgiti alle autorità come la Polizia Postale; denunciare non è facile, ma è importante
  • Rivolgiti ad un Centro Antiviolenza che ti possa supportare e affiancare

Per saperne di più sul tema della violenza digitale

approfondisci le schede e le tematiche legate alla violenza di genere diretta o indiretta su questo sito.

Ricatti online, intimità, reputazione e violenza psicologica

Che cos’è la sextortion?

È una forma di ricatto online che utilizza materiale sessualmente esplicito, come foto o video intimi dietro la minaccia di condividerlo online e pubblicarlo. Questa minaccia è accompagnata da una richiesta di denaro, ma non solo.

Quello che colpisce dai dati raccolti negli ultimi anni sul fenomeno del ricatto sessuale o sextortion è che interessa sempre più giovani nella fascia 14-17, ma si sta estendendo anche quella 10-13.

Come avviene Il contatto con un possibile ricattatore?

La vittima viene portata a fidarsi, gradualmente, con il fine di ottenere il materiale intimo utile all’estorsione.

Nel caso di minori il ricattatore può fingersi un coetaneo, interessato ad una relazione di scambio inviando una proprio foto finta per carpirne la confidenza e dimostrare per primo la propria disponibilità.

La complicità si trasforma quindi in una minaccia diretta che paventa la distruzione della reputazione sociale o professionale.

In alcuni casi può addirittura fingere di essere in possesso di materiale intimo, privato e compromettente senza che sia di fatto esistito un precedente contatto diretto. Questo riguarda spesso la pratica del deep fake, ossia la creazione di contenuti digitali artefatti tramite l’IA.

Minori e violenza digitale

Il ricattatore si insinua all’interno del mondo digitale proprio là dove i più giovani bambini e gli adolescenti trascorrono il loro tempo:

  • piattaforme di giochi online
  • sui social media – Tiktok, Snapchat, Instagram
  • nella chat di messaggistica – WhatsApp, Messenger e Telegram

Il rapporto sociale mediato da uno schermo ci lascia molto più soli, malgrado l’eco di social e piattaforme di messaggistica ci dia un senso di immediatezza che ci conforta.

Per questo appare sempre più complesso confidarsi con persone reali, conoscenti o amici, in particolare per molti ragazzi e ragazze.

Può dunque accadere che per bambini, bambine e adolescenti sia particolarmente difficile chiedere aiuto o denunciare gli abusi, perché tendono a sentirsi responsabili o colpevoli di essersi fidati.

La paura, l’impotenza e l’isolamento fanno il resto.

La richiesta di denaro, a cui non sempre è possibile far fronte, l’ansia legata all’essere perseguitati e il senso d’impotenza diventano un peso psicologico difficile da fronteggiare da soli

Per questo diventa importante la conoscenza, la sensibilizzazione verso le problematiche sulla violenza di genere e un’educazione sessuo-affettiva strutturata a livello istituzionale.

Capire quali sono i pericoli o rischi, a cui si è potenzialmente esposti negli spazi digitali e non, aiuta a prevenire le molte forme di violenza oltre che l’estorsione, la truffa e l’adescamento.

A che cosa si deve prestare attenzione?

  • Richieste troppo rapide di passare alla webcam
  • Insistenza per spostare la conversazione su app di messaggistica crittografate (come Telegram o WhatsApp)
  • Una fretta sospetta nello stabilire un legame intimo. Spesso, l’urgenza e l’aggressività delle richieste sono i primi sintomi di una strategia predatoria.

Se siete genitori ecco i nostri consigli

  • Mantieni la calma, lascialo/a parlare e fai domande senza giudicare
  • Non colpevolizzarlo/a anche se è stato/a imprudente o impulsivo/a
  • Non cancellare foto, contatti, chat sullo smartphone/tablet/pc di tuo figlio/a 
  • Non sostituirti nei contatti con la persona sconosciuta
  • Recati quanto prima in un ufficio della polizia postale.

Esplora gli altri contenuti del sito e approfondisci i contenuti.

Un’immagine vale più di mille parole?

Nuove forme di linguaggio nel digitale

I linguaggi mutano e si evolvono: meme, emoji, stickers, gif animate, foto, immagini prodotte con l’AI, video, si aggiungono alla nostra comunicazione quotidiana e cambiano il nostro modo di leggere e guardare la realtà.

Immagini e video ti portano dentro i fatti, creano le atmosfere. Sono facili, veloci e arrivano al punto, catturano la nostra attenzione e ci permettono di comunicare rapidamente.

Le immagini, nelle loro varie forme, sono le regine di social e del web!

Ci siamo mai chiesti di cosa prendono il posto?

Produciamo e consumiamo immagini in un flusso continuo, senza sosta. Le foto scattate riempiono memorie e cloud, nulla ci sembra che vada davvero perso, ma poi? Quanto spesso guardiamo e riguardiamo questi infiniti album digitali?

In questa compulsiva fame di immagini ricordiamo davvero cosa avevamo intorno, chi c’era con noi e qual è stato il senso profondo dell’esperienza che vogliamo ricordare? O ci importa solo dimostrare a qualcuno di essere stati presenti in un determinato luogo, evento, attimo?

Un’immagine nel digitale è solo un’immagine?

Le immagini hanno sempre un fine e ci condizionano, ci persuadono, ci entusiasmano e ci feriscono.

Pubblichiamo spesso foto con eccessiva leggerezza, senza pensare alle conseguenze delle nostre azioni.

Un’immagine rubata per gioco o con intenzione, può creare disagio e imbarazzo e se poi la condividiamo senza pensarci troppo, ne possiamo perdere il controllo, anche quando crediamo di averla cancellata.

Le immagini non sono innocue

I confini di uno scherzo, ad esempio quello di un gruppo di amici o familiari, che ridono di sé e tra loro, possono essere accettabili se avvengono dentro confini ben definiti e precisi del consenso, quello che possiamo controllare e ridefinire perché dentro una cerchia privata e fidata.

Spesso però accade che queste regole vengano infrante dentro falsi ideali di libertà.

La diffusione di immagini intime senza consenso è una strumentalizzazione pericolosa, che ha risvolti dolorosi, anche a lungo termine o gravi conseguenze sulla vita di un individuo.

La condivisione intima deve avere contesti e limiti precisi, di cui nessuno può e deve abusare.

Che cos’è il deepfake?

Una delle forme che può assumere la violenza digitale è rappresentata da un deepfake.

Si tratta di un contenuto digitale manipolato, un video, un audio o un’immagine, creato dall’intelligenza artificiale, per sembrare vero.

L’Intelligenza artificiale pesca da altre immagine o video, che ricompone generando contenuti fuori da ogni realtà concreta, attraverso tecniche di apprendimento automatico, filtrando dati e informazioni già disponibili nel mondo dei contenuti digitali.

Questi contenuti rischiano di essere usati per scopi illeciti, dalla diffamazione, alla minaccia, dalla sottrazione di dati personali all’estorsione.

Questi strumenti pericolosamente liberi di operare senza regolamentazioni giuridiche vengono utilizzate per costruire vendette a sfondo pornografico, per diffondere notizie false, per compiere atti di cyberbullismo o altri crimini informatici di varia natura.

Credibilità, autenticità, reputazione, sono i bersagli della violenza digitale.

L’impatto è forte e rapido, perché purtroppo tendiamo a credere a tutto quello che vediamo.

Come tutelarsi

  • Proviamo a scattare foto solo dei momenti più significativi e proviamo a condividerli mostrandoli solo sul display del nostro cellulare
  • Chiediamoci se la foto che abbiamo appena scattato sia effettivamente utile ad uno scopo circoscritto
  • Verifichiamo che i nostri dati personali siano e restino privati
  • Evitiamo di esporre i minori ai social e facciamo in modo che anche loro comprendano l’importanza e la tutela della loro immagine personale, come una parte preziosa di loro stessi.

Quando scatti la prossima foto, chiediti: la vorrei davvero conservare come se la dovessi stampare per includerla nell’album dei 100 ricordi da sfogliare con amici e familiari?

Il digitale è diventato uno strumento fondamentale per migliorare la nostra vita, ma senza un’utilizzo consapevole può diventare molto pericoloso.

Vi lasciamo con alcuni libri per esplorare il mondo del linguaggio digitale.

  • Internet non è un posto per femmine, Silvia Semenzin, Einaudi
  • Una foto è una foto è una foto, Silvia Camporesi, Einaudi
  • Come farfalle nella ragnatela. Storie di ordinaria violenza digitale sulle donne, Lara Ghiglione, Vanessa Isoppo, Futura editrice
  • Accanto alla macchina. La mia vita nella Silicon Valley, Ellen Ullman, Minium Fax
  • Hate speech. Il lato oscuro del linguaggio, Claudia Bianchi, Editori Laterza

Per chi volesse approfondire ecco alcuni link che rimandano ad un incontro con la fotografa Silvia Camporesi e la filosofa Claudia Bianchi.

Buona lettura e continuate a seguirci.

Che valore hanno i dati personali?

Il digitale diffonde e amplifica i dati delle persone.

Erroneamente tendiamo a sottovalutare il valore dei dati personali e l’importanza di salvaguardare la nostra privacy.

Pensa ai dati come una parte di te, della tua stessa intimità, un elemento concreto del tuo spazio personale.

La privacy è il tuo diritto alla riservatezza. I dati digitali raccontano di te, di chi o cosa ami, delle tue abitudini, della tua persona.

Tutela le informazioni personali che ti riguardano e la tua vita privata. È uno spazio personale prezioso che persone conosciute e sconosciute non possono oltrepassare senza permesso.

I dati ti identificano non solo legalmente: chi li usa in modo improprio o lesivo offende la tua persona, ti priva della dignità, ti rende vulnerabile e ti espone al pericolo, limitando di fatto la tua sicurezza e la tua libertà.

Il digitale è reale e ha un impatto concreto sulla vita delle persone, per questo la cura dei dati e la privacy è così importante.

L’uso del consenso è la chiave per la sicurezza della tua persona, per questo è necessario imparare ad averne cura ed è fondamentale per proteggere i tuoi diritti.

Il doxing e la sua subdola pericolosità

Le fonti dei doxer provengono da profili pubblici e scarsamente protetti. I profili online che abbiamo sono facilmente collegabili e possono restituire un quadro completo della nostra attività personale e professionale.

Le foto personali sui social sono una base di ricerca molto utilizzata che individua facilmente la cerchia delle tue relazioni personali e familiari e quella dei luoghi che frequenti abitualmente. Nomi cari o amati sono spesso alla base delle nostre password o frasi di accesso a domande sulla sicurezza e si possono trovare dentro i contenuti postati.

I doxer cercano indirizzi email, numeri di telefono, persino dati che interessano la tua sfera lavorativa o sociale per compromettere la tua reputazione e credibilità e possono influire sulla tua vita anche in un modo grave.

Una violenza diretta o indiretta ha una rilevanza legale. È importante sapere come tutelarsi.

Qui sotto troverai una piccola guida per prendere precauzioni o per tutelarti nel caso fossi una vittima di violenza digitale.

Quando sei online

  1. Cerca di ridurre la condivisione dei tuoi dati personali: indirizzo di casa, numero di telefono, dati bancari o foto troppo indicative dei luoghi che abiti o vivi.
  2. Usa mail alternative: avere degli indirizzi di posta secondari è utile per iscriversi a social o servizi online. Crea una mail di recupero dei tuoi dati che non sia condivisa.
  3. Usa la geolocalizzazione e il GPS solo quando ti serve davvero e ricorda di disattivarli quando non è necessario. È utile ma traccia i luoghi che frequenti e rileva i dati che ti riguardano vendendoli a terze parti.
  4. Controlla le tue app e quali permessi sono attivi e solo quando sono in uso.
  5. Imposta i profili social come privati o se puoi usa nomi diversi per piattaforme diverse per evitare che siano collegati tra loro.
  6. Modifica le password con regolarità e rendile più complesse.
  7. Cerca periodicamente il tuo nome in rete e i tuoi dati per verificare che le informazioni personali non siano utilizzate impropriamente.
  8. Evita di cedere a strane richieste o provocazioni. Possono essere un modo per estorcerti informazioni

Se sei vittima di violenza digitale

  1. Conserva e documenta le prove delle violazioni a tuo danno: per quanto spiacente possa essere la raccolta di questi dati è essenziale in caso di denuncia. Controlla che ci siano informazioni come ad esempio nome, data, ora o foto delle chat. Registra eventuali conversazioni lesive e non modificare i dati raccolti. Riferiscili se puoi ad un contesto.
  2. Metti al corrente i familiari e la tua cerchia di conoscenze per segnalare il problema di violazione della privacy. Possono essere testimoni diretti e indiretti di quanto ti accade.
  3. Rivolgiti ad un CAV dove potrai trovare un primo aiuto in caso di violenza e avere una consulenza sui passi successivi.
  4. Cerca un’avvocata o avvocato che possa seguire il tuo caso
  5. Cerca un supporto psicologico specializzato utile nel supporto in caso di violenza
  6. Denuncia alle forze dell’ordine
  7. Se possibile, cerca di mantenere una versione dei fatti il più possibile coerente. Tieni da parte e conserva con cura tutte le prove e i documenti che hai raccolto.

Conoscere e comprendere il mondo che evolve è importante.

Continua ad approfondire i contenuti del sito.

Il valore della formazione

Laboratori ed incontri del progetto Tu lo sai? Prevenire e contrastare la violenza di genere in tutte le sue forme.

Il progetto Tu lo sai? ha riguardato15 incontri formativi indirizzati alle scuole medie e superiori presenti nei territori dell’Unione Comuni Valmarecchia, con l’intento di promuovere una cultura delle pari opportunità, del rispetto reciproco e del contrasto alla violenza di genere, con un particolare riferimento alle nuove forme di violenza digitale.

Le operatrici del Centro Antiviolenza ci raccontano com’è andata.

Quanto è stato importante relazionarsi con le ragazze i ragazzi?

Il confronto diretto con ragazze e ragazzi, in particolare attraverso gli interventi nelle scuole e le attività di sensibilizzazione, rappresenta uno dei pilastri del lavoro del Centro Antiviolenza.

Come operatrici siamo convinte che la prevenzione primaria e la promozione di una cultura fondata sulla parità di genere non possano prescindere dal coinvolgimento delle giovani generazioni.

È fondamentale creare spazi di dialogo e ascolto per comprendere come adolescenti e giovani vivano gli stereotipi di genere, le relazioni affettive e le diverse forme di violenza, comprese quelle che si manifestano negli ambienti digitali.

Solo a partire da questo confronto è possibile costruire percorsi educativi realmente efficaci, in grado di favorire il riconoscimento della violenza, decostruire stereotipi e pregiudizi e promuovere modelli relazionali basati sul rispetto, sul consenso e sull’uguaglianza.

Per questo motivo riteniamo fondamentale intervenire precocemente: educare fin dall’infanzia e accompagnare la crescita delle nuove generazioni significa investire in un cambiamento culturale duraturo, capace di prevenire la violenza prima ancora che si manifesti.

Dove si sono svolti i progetti di TU lo sai?

Durante la preparazione del progetto è emersa l’esigenza di portare il progetto nelle aree interne della Provincia di Rimini, in contesti educativi che raramente hanno l’opportunità di accogliere percorsi di questo tipo, perché più distanti dalla città.

La prevenzione e la sensibilizzazione sul tema della violenza di genere, nell’Unione di Comuni Valmarecchia, è stata un’occasione preziosa per ampliare l’impatto del progetto e favorire un accesso più equo alle opportunità educative.

Per gli incontri sono stati contattati gli istituti scolastici dei Comuni che avevano già manifestato interesse e disponibilità a collaborare al progetto e in particolare quei referenti scolastici, con i quali avevamo già costruito rapporti di collaborazione consolidata.

Nel territorio della Valmarecchia gli incontri si sono svolti nei seguenti istituti e spazi:

  • Corso per Operatore della Ristorazione – Villa Verucchio (Fondazione Valmarecchia)
  • Corso per Operatore Informatico – Novafeltria (Fondazione Valmarecchia)
  • Istituto Comprensivo “Angelo Battelli” Novafeltria – Scuola Secondaria di Primo Grado
  • Istituto Comprensivo Statale “Ponte sul Marecchia” – Verucchio e Villa Verucchio
  • Istituto Comprensivo “P. Olivieri” – Scuola Secondaria di Primo Grado (Pennabilli)
  • Istituto Comprensivo “F. Penserini” – Scuola Secondaria di Primo Grado (Montecopiolo)
  • Istituto Comprensivo di Pennabilli – Scuola Secondaria di Primo Grado (Sant’Agata Feltria)
  • Biblioteca Comunale di Montecopiolo ‘’Graziano Berardi’’

Come si sono svolti i laboratori?

Come operatrici abbiamo previlegiato una modalità laboratoriale interattiva al fine di coinvolgere direttamente le ragazze e i ragazzi. I laboratori si sono svolti nelle aule delle singole classi in modo da riuscire a lavorare a gruppi ristretti e di consentire uno scambio e una partecipazione di tutte e tutti.

L’utilizzo di domande aperte, spunti di riflessione e l’attività dialettica hanno favorito la partecipazione attiva del gruppo, permettendo di instaurare un clima di fiducia, confronto e scambio.

Questo approccio ha reso possibile affrontare i temi del percorso in modo partecipato e significativo, valorizzando il coinvolgimento dei partecipanti, piuttosto che l’uso di una trasmissione esclusivamente frontale dei contenuti.

In che modo siete state accolte come formatrici?

L’accoglienza da parte degli istituti scolastici è stata molto positiva.

Insegnanti e studenti hanno mostrato fin da subito interesse, apertura e disponibilità al confronto sui temi proposti.

I laboratori si sono svolti in un clima partecipativo: ragazze e ragazzi hanno preso parte alle attività con curiosità, ponendo domande, condividendo riflessioni e confrontandosi in modo attivo.

Anche gli insegnanti hanno partecipato, rimanendo spesso in classe durante gli incontri con l’intenzione di proseguire il lavoro educativo all’interno del percorso scolastico successivo.

Che cosa vi resta dopo questa esperienza formativa?

Questa esperienza ci conferma quanto sia importante portare percorsi di prevenzione e sensibilizzazione anche nei territori più periferici oltre ai centri più urbanizzati.

Ci ha colpito molto l’interesse e la partecipazione dei ragazzi e delle ragazze, perché molte e molti di loro hanno dimostrato di avere consapevolezza delle dinamiche affrontate e di voler condividere riflessioni ed esperienze personali.

Allo stesso tempo questi laboratori ci hanno confermato che un singolo incontro non è sufficiente: il desiderio è quello di poter costruire percorsi più continuativi, che permettano di approfondire i tanti temi emersi.

Quali consigli dareste, come formatrici di Rompi il Silenzio, a chi deve spiegare la violenza di genere alle ragazze e ai ragazzi?

  • Scegliete strumenti adatti all’età: libri, film, giochi e materiali educativi possono aiutare ad affrontare temi complessi in modo accessibile e inclusivo
  • Affidatevi a professioniste e professionisti: per approfondire il tema della violenza di genere è importante confrontarsi con chi ha competenze specifiche e può offrire strumenti adeguati
  • Create occasioni di dialogo: dedicate tempo a parlare di rispetto, parità, consenso, emozioni e relazioni sane, favorendo il confronto e l’ascolto non giudicante
  • Continuate a formarvi: partecipare a incontri, corsi o momenti divulgativi permette agli adulti di acquisire maggiore consapevolezza e strumenti per educare
  • Conoscete i servizi del territorio: in caso di dubbi o necessità, rivolgetevi agli Spazi Giovani del Consultorio o ai servizi dedicati presenti nella provincia di Rimini, che possono offrire ascolto, orientamento e supporto.

Come si può contattare il CAV per richiedere un percorso di formazione?

Per richiedere informazioni riguardo alla formazione e ai laboratori rivolti a contesti scolastici ed extra scolastici è possibile scriverci.

L’indirizzo è segreteria@rompiilsilenzio.org.

Vi chiediamo di indicare:

  • il tipo di formazione richiesta
  • il pubblico a cui è rivolta
  • il periodo di interesse e, se possibile, un recapito telefonico.

Sarete successivamente ricontattati dall’operatrice referente della formazione per approfondire la richiesta e definire insieme tempistiche e modalità dell’incontro o degli incontri.

Ringraziamenti

Ringraziamo tutte le scuole, i dirigenti scolastici, il personale docente e le studentesse e gli studenti che hanno partecipato al progetto Nora – Tu lo sai?

Un ringraziamento particolare va agli istituti che hanno scelto di accogliere il progetto nei loro territori.

La collaborazione delle scuole è stata fondamentale per poter portare avanti un lavoro di sensibilizzazione e prevenzione sulla violenza di genere e sulla cultura del rispetto su tutto il territorio della provincia di Rimini

Restiamo a disposizione per chi desiderasse proseguire questo percorso attraverso nuove attività formative e di approfondimento

In quanti modi si racconta una storia?

Te ne racconto una.

C’era una volta una ragazza che doveva recarsi da una parente. Lungo la strada incontrò un predatore e la cosa finì molto, molto male.

Per fortuna non morì, ma il peggio non era passato.

La storia non era finita e si iniziò anche a mormorare.

“Perché non è stata attenta?”

Una violenza sessuale, una molestia, lo stalking o un’altra forma di violenza non è inciampare in un gradino.

“Non lo sa quanto è pericoloso per una ragazza, una bambina o una donna andare in giro da sola?”

Nascere donna significa quindi rassegnarsi a non uscire di casa? Ad essere in pericolo sempre in pubblico o in privato?

“Si rende conto che indossare cose vistose può avere delle conseguenze?”

Davvero crediamo che un sacco di iuta o un abbigliamento sia un deterrente per la violenza contro una donna?

“Lo sa bene che il mondo è pieno di predatori?”

Non dobbiamo normalizzare la violenza.

Sappiamo davvero chi sono gli uomini violenti o nell’opinione comune ne abbiamo un’immagine stereotipata?

Mentre la vittima viene richiamata alle conseguenze delle sue presunte scelte, chi agisce violenza viene sempre giustificato dentro una narrazione fatta di assoluzione e minimizzazione.

E com’è un uomo violento?

  • Era un giovane di buona famiglia, che delusione.
  • Era un marito premuroso, ma la sua gelosia lo ha spinto a commettere l’inimmaginabile.
  • È stato preso da un improvviso e incontrollabile raptus.
  • Erano solo un gruppo di ragazzini immaturi.
  • Era frustrato e non si rassegnava alla fine di una relazione.
  • Si stavano separando, aveva perso anche il lavoro, è stato inevitabile quello che è successo.

Il linguaggio traccia il cammino, crea le atmosfere, suggerisce le idee, forma le opinioni e le fonda nella realtà.

Come ci viene raccontata una storia? Quale punto di vista assumiamo?

Dare la colpa a qualcuno o qualcosa risulta più facile che affrontare la domanda: di chi è la responsabilità? In che modo si può intervenire? Come possiamo prevenire affinché la violenza non accada ancora?

Parlare di violenza è problematico, complesso e scomodo e quando una narrazione esce dai binari della consuetudine o si normalizza in una notizia già sentita, provare a raccontare il problema diviene addirittura fastidioso da recepire.

La nostra volontà di prendere le distanze dai fatti gravi che ci sembrano ingovernabili ci porta a semplificare i problemi, ma il tema della responsabilità civile ricade su di noi, anche quando non ci troviamo direttamente coinvolti o coinvolte in una situazione complessa, dolorosa, scomoda.

È nel mettere la distanza, tra noi e le vittime, che diventiamo direttamente responsabili di quello che prende il nome di vittimizzazione secondaria, di cui il victim blaming è solo una delle tante espressioni.

Quando ci mettiamo a confronto con una storia proviamo a metterci nella prospettiva di una vittima, a prescindere dal resto, dal genere, dall’aspetto, dal pregiudizio.

Se non lo possiamo fare, almeno sospendiamo il giudizio e proviamo a capire che cosa nella notizia di una violenza sulle donne o di un femminicidio c’è di oggettivo e cosa c’è di sensazionalistico.

  • Chi viene giustificato e perché?
  • Chi ne sta parlando, che cosa dice?
  • Quali parole usa e dove sposta l’attenzione?
  • Quando finisce una notizia e quando la sofferenza di chi ha subito una violenza, un abuso?

Le donne culturalmente sono ancora oggi ritenute inattendibili o incapaci di governare le emozioni a differenza di una presunta capacità degli uomini di essere più razionali e questo le rende di conseguenza indirettamente responsabili di quanto di negativo e violento le accade.

La natura non c’entra, è nella cultura del rispetto, dell’informazione, del linguaggio e della prevenzione che dobbiamo e possiamo fare ancora molto.

Cambiare la nostra narrazione della violenza, per le donne e non solo, è un primo passo vitale e fondamentale.

Hate speech – L’odio dietro le parole

Il linguaggio d’odio interessa ciascun individuo nella rete, ma ancora una volta il triste primato dell’odio online ha in cima alle sue classifiche le donne.

Ogni donna che si espone dentro un social sarà potenzialmente più esposta ad un’ampia gamma di critiche, che vanno dagli apprezzamenti denigratori, sulla sua immagine o sul suo corpo, ad insulti e offese su ogni frase che dice, pensiero che formula o causa che sostiene.

L’apice dell’insulto arriva, nelle sue forme più violente, a minacce fisiche o di stupro.

Benché l’odio non sia imputabile ad un genere in esclusiva, il genere femminile è quello che lo subisce di più. Anonimato, impunità, tranquillità nello sfidare i rischi, freni inibitori azzerati da onde emotive incontrollate e la protezione offerta di uno schermo sono i suoi amplificatori.

Da dove si genera tutto questo disprezzo, questa misoginia, questo senso di sopraffazione?

Forse sarà vero che la società è in crisi, forse che sarà vero che i social e i loro algoritmi spingono maggiormente contenuti divisivi e conflittuali di quelli divulgativi e culturalmente elevati, per generare pubblico e traffico di dati, ma non è tutto qui.

Culture misogine, stereotipi e pregiudizi sulle donne spingono una società sempre più alla ricerca di risposte semplicistiche dentro la rete, che ha perso la sua funzione principale come contenitore di risorse, trasformandosi di fatto in mercificazione dei dati e marketing aggressivo associato, mascherata da nuove derive di self-made di successo.

I luoghi di socialità allargata diventano spesso spazi di solitudine aumentata.

L’intelligenza artificiale è diventata il nostro dispensario e la sfera digitale un luogo dove la cacofonia dell’odio è lo strumento per sfogarsi limitando di fatto l’espressione di chi la frequenta in maniera del tutto pacifica, innocua o divulgativa e creativa.

Oggi il nostro sentire, affamato digitalmente di stimoli, sovrasta il senso della collettività, della cura, della necessità di prendersi del tempo.

Affrontare un problema richiede tempo, ascolto, aiuto concreto, da persona a persona: è un atto in divenire. In questo scenario essere di un genere piuttosto che di un altro è indifferente.

Nella realtà del furioso e veloce, parafrasando il titolo di una saga, distruggere è meglio che costruire, così come sentire è più importante che capire, includere, confrontarsi in un dialogo.

Il dialogo è di fatto una minaccia, perché può potenzialmente minare la nostra disarmante ignoranza e le nostre certezze.

Dichiarazioni apparentemente innocue come negare la legittimità del reato del femminicidio cercano di seppellire il diritto delle donne non solo ad autodeterminarsi, ma a rivendicare una parità che tenga conto di tutte le differenze di genere.

Eppure il discorso è chiaro per chi non vuole fermarsi all’apparenza.

La parola femminicidio non indica il sesso della persona morta. Indica il motivo per cui è stata uccisa. Michela Murgia.

Quali sono le cause profonde che creano la violenza in generale e quella di genere in particolare? Come possiamo contrastarle, nel nostro quotidiano, nelle singole scelte che facciamo? Dobbiamo voler cambiare, guardare, partire da noi stessi.

Davvero vogliamo un mondo in cui domini la sola forza del più stupido, meschino, ignorante essere umano, invece di un mondo che cerca di migliorare cercando nuove idee, nuove frontiere di conoscenza, scambio e creatività?

Odiare è facile, immediato, persino liberatorio, ma non è l’unica strada.

Il linguaggio d’odio non è libertà di parola!

Per approfondire

Abbiano selezionato alcuni articoli che potrebbero darvi la misura del fenomeno dell’Hate speech, vi rimandiamo al sito della Rete Nazionale per il Contrasto ai Discorsi e ai Fenomeni d’Odio.

Segui i prossimi articoli.

Linguaggi digitali – Libri per navigare

I linguaggi sono tanti e le informazioni giungono a noi da fonti diverse.

Comprendere il linguaggio digitale è importante per imparare ad orientarsi nelle scelte, capire come comportarsi e come comunicare con le altre persone.

Le parole sono i mattoni che costruiscono i nostri significati, ma anche quelli che indicano la strada per conoscere o scoprire quello di cui abbiamo bisogno.

Vi proponiamo alcuni libri dedicati alle ragazze e ai ragazzi che vogliono approfondire il linguaggio digitale o che semplicemente vogliono dare uno sguardo al mondo della comunicazione.

Navigare senza paura, Sigfrido Ranucci, Ape Junior - Un libro gioco per simulare una situazione digitale attraverso un mezzo opposto per prendersi il tempo di pensare.

Fascia d’età: da 10 a 13 anni e per gli adulti curiosi che vogliono affacciarsi sulle scelte dei più giovani.

Un libro interessante e curioso, perché vi offre una breve esperienza analogica per riflettere sul digitale.

È infatti un libro gioco. Le storie che propone sono quattro e ciascuna introduce brevemente dentro la situazione con la quale misurarsi:

  1. Intelligenza artificiale: si o no? Farsi aiutare con l’AI per fare i compiti.
  2. Scherzo negli spogliatoi. Sullo scherzare oltre il lecito
  3. Dai il consenso? Su dati personali e la privacy
  4. Un duetto da urlo. Raccontare un fatto alterandone l’accaduto

Il lettore può scegliere tra sei scenari/decisioni e seguirne il filo delle conseguenze e la conclusione

Alla fine del libro, se si vuole, c’è un approfondimento più strutturato, adatto anche agli adulti.

Il consiglio è iniziare dallo scenario che non vorresti intraprendere, per poi passare a qualche altra decisione per cambiare prospettiva.

Fascia d’età: da 10 a 13 anni , ma anche per gli adulti che vogliono orientarsi dentro le parole del linguaggio digitale o vogliono approfondire.

Un manuale dentro i linguaggi del digitale, per neofiti o per chi voglia fugare le proprie certezze.

Quello che dovremmo sapere sui social media non è mai abbastanza.

Il testo offre consigli e avvertenze per navigare dentro concetti e parole dall’aspetto familiare:

  • Quali dati personali è meglio non pubblicare?
  • Che cos’è la reputazione online e offline?
  • Se posto, cosa posto?
  • Vittima, Bullo, Spettatori chi sono?
  • Il rispetto della legge quali vincoli ha?
  • Troll del mondo digitale, che cosa sono?

Ogni capitolo un argomento specifico, per scoprire e capire i risvolti della socialità ai tempi del digitale. Schede riepilogative ti aiutano a chiarire i dubbi e rischi.

Per esplorare questo libro prova a sfogliare il Capitolo 13 Sconosciuti e messaggi diretti – pagina195.

Penso parlo posto. Breve guida alla comunicazione non ostile, Carlotta Cubeddu, Federico Taddia, Il castoro. Un libro per dare una scossa ai tuoi neuroni

Fascia d’età: da 11 a 15 anni e per gli adulti che hanno voglia di confrontarsi con se stessi, in piccoli esercizi di comunicazione introspettiva.

Tentando un approccio diverso. Il libro si presenta come un manifesto per cambiare il mondo una parola alla volta.

Puoi partire dalle pagine 16-17 – Trovi il Manifesto in 10 punti sulla comunicazione non ostile.

Ogni punto rimanda poi al rispettivo capitolo in maniera più argomentata, attraverso domande ed esempi. Un libro per dare una scossa ai tuoi neuroni, seguendo quello che più ti incuriosisce.

Ecco tre punti interessanti del Manifesto da cui iniziare a riflettere o confrontarti.

Punto 3Le parole danno forma al pensiero – Mi prendo tutto il tempo necessario a esprimere al meglio quello che penso.

Punto 5 – Le parole sono un ponte – Scelgo le parole per comprendere, farmi capire, avvicinarmi agli altri.

Punto 9Gli insulti non sono argomenti – Non accetto insulti e aggressività, nemmeno a favore della mia tesi.

Un libro per guardarsi dentro, per provare ad interrogarsi sul linguaggio che usiamo e per comunicare meglio con le altre persone.

Il libro ha qualche anno alle spalle, ma interessante per approccio e per contenuti. Vi segnaliamo il capitolo 4 che riassume bene il concetto di Bulli e Cyberbulli con approfondimenti, esempi e consigli.

Fascia d’età – dai 10 anni

Internet, mezzo o fine? La rete nasce come opportunità, dentro le migliori intenzioni, ma l’accessibilità diffusa ne cambia e ne amplifica gli aspetti, così la libertà deve assumere nuove definizioni e confini. Dai uno sguardo al capitolo Deep fake, l’ultima frontiera.

Fascia d’età – da 12 anni

Ma la verità esiste ancora? Questo è il titolo da cui potete iniziare la lettura. In questo capitolo si racconta la storia delle fake news tracciando un percorso di consapevolezza del fenomeno dentro una narrazione chiara ed efficace.

Fascia d’età – da 12 anni

Per riepilogare

  • Navigare senza paura. Il libro per giovani esploratori digitali, Sigfrido Ranucci, Ape Junior
  • Social Media. Manuale di sopravvivenza, Holly Bathie, Usborne
  • Penso parlo posto. Breve guida alla comunicazione non ostile, Carlotta Cubeddu, Federico Taddia, Il castoro
  • Cyberbulli al tappeto. Un piccolo manuale per l’uso dei social, Teo Benedetti, Davide Morosinotto, Editoriale Scienza
  • Fake News. Haters & Cyberbullismo. A chi servono e come difendersi, Mauro Munafò, Centauria
  • Il falso e il vero. Fake News: che cosa sono, ci riguardano, come evitarle, Gabriela Jacomella, Feltrinelli

Per approfondire leggi cyberbullismo e la violenza digitale.

Buona lettura!

Parole parole, soltanto parole?

Ecco i risultati del sondaggio – Che potere hanno le parole?

La parola che più ha spiccato in questo sondaggio è stata il Noi associato al tema dell’amore, ma questo piccolo gruppo nominale (sintagma nominale, per la precisione) è associabile anche agli altri temi della nostra campagna Tu lo sai?.

Abbiamo quindi preso il Noi e lo abbiamo messo in relazione a:

  • Corponoi come umanità, corpo sociale e politico in dialogo
  • Libertà noi uguali nei diritti, nell’impegno, nella parità a tutti i livelli
  • Amorenoi come coppia, come famiglia, comunità, in tutte le sue sfumature
  • Violenzanoi insieme per contrastarne il potere

Gli altri risultati li abbiamo sintetizzati qui sotto.

Avete partecipato in tanti, grazie, e le parole era davvero moltissime, ma per rendere l’articolo più completo abbiamo dato spazio a quelle risposte che contenevano anche una spiegazione.

In qualche caso il significato che avete voluto dare è stato completato o aggiustato, ma abbiamo cercato di mantenere il massimo dell’originalità.

Per ogni tema fin qui trattato vi riportiamo la domanda di partenza ed alcune delle parole più curiose, suggestive o sorprendenti.

Corpo

Quali parole assoceresti al CORPO?

Memoria

Il corpo conserva esperienze, emozioni, traumi e gioie. Può essere vissuto come libertà oppure come qualcosa da nascondere, correggere o difendere. Credo sia importante tornare a considerarlo non come un oggetto da valutare, ma come uno spazio da rispettare.”

Prigione, Gabbia, Limite, Confine.

Il corpo spesso è una prigione, sta a noi utilizzarlo come veicolo di libertà“.

Campo di battaglia

Tutti vorrebbero agire sul corpo, anche altrui. E questo richiama la parole piacere, giovinezza esaltata, aging, aborto, libertà, nudità.”

Libertà

La parola LIBERTÀ a cosa ti fa pensare?

Respiro

Questa è una delle parole più scritte in relazione al tema della libertà. Nessuno l’ha però spiegata. Abbiamo scelto di intrepretarla così:

“Respirare a pieni polmoni con intenzione, magari in un luogo naturale o accogliente, è ciò che più restituisce l’idea della libertà, esattamente come il restare senza respiro o non riuscire a respirare ti fa pensare all’opposto dell’essere liberi. Respiro che spesso diamo per scontato, come la libertà.”.

Negata, abitata, non ricercata

Parola vuota, andrebbe dato un altro nome più preciso a questa parola ‘tutto dire e niente fare‘. La libertà inizia solo dove non danneggia il prossimo.”

Libertà è anche negativa. Fa paura. E non sempre si ha coraggio di usarla.”

Conquista

“Non sembra una condizione naturale della specie. Spesso è condizionata. C’è troppa disparità tra gli essere umani.”

Amore

Quante sono le parole per descrivere l’AMORE?

Ubriacamento

“Ubriacamento temporaneo che fa fare cose sciocche.”

Confusione

Spesso sono legate ad un tormento, passione. Spesso confuse con tempesta ormonale. Non so se è uguale in tutte le latitudini. L’amore si insegna?.”

Positivo

Positivo, in tutte le sue forme. L’importante oggi è declinarlo all’altro. Rispettando e conoscendo sé stessi. Ma l’amore non è tale se solo verso di noi. Implica per definizione l’altra/o.”

Lavoro

Lavoro, lavoro, lavoro. Fatica, fatica, fatica. Totalmente diverso dal concetto di innamoramento che è una pura esplosione di entusiasmo. Significa anche capire, conoscere, creare lo spazio necessario per comprendere. Per me è il contrario di possedere, ed è un modo per capire innanzi tutto se stessi, proiettandoci sull’altro. Comporta una fatica grande: mettersi in secondo piano.”

Violenza

La Violenza quali parole usa e con quali la possiamo contrastare?

Controllo psicologico

“Credo che rompere il silenzio significhi anche cambiare linguaggio; smettere di chiedere alle vittime Perché non sei andata via? e iniziare a chiedere Chi ti ha fatto sentire senza scelta? Le parole possono ferire profondamente, ma possono anche restituire dignità e possibilità di uscita.”

La violenza usa parole come: colpa, vergogna, paura, controllo, umiliazione, silenzio, ricatto, svalutazione.”

Usare parole diverse

“Spesso la violenza non inizia con uno schiaffo, ma con parole che confondono, minimizzano e isolano. La possiamo contrastare con parole completamente diverse: ascolto, credibilità, consenso, rispetto, autonomia, rete, educazione, consapevolezza.

Significati nascosti

La violenza usa anche le parole, non è necessariamente detto che debbano essere riconosciute come negative nell’immediato: possono anche essere non drammatiche prese singolarmente, ma si colorano di scuro nell’insieme. Come un’iniziale brezza che diventa poi tornado.”

Non sappiamo se sarai d’accordo con le riflessioni proposte, te le abbiamo riportate perché possa discuterne, magari con qualcuno che conosci o per trovare nuovi significati.

Il sondaggio resta aperto.

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