
Un’immagine vale più di mille parole?
Nuove forme di linguaggio nel digitale
I linguaggi mutano e si evolvono: meme, emoji, stickers, gif animate, foto, immagini prodotte con l’AI, video, si aggiungono alla nostra comunicazione quotidiana e cambiano il nostro modo di leggere e guardare la realtà.
Immagini e video ti portano dentro i fatti, creano le atmosfere. Sono facili, veloci e arrivano al punto, catturano la nostra attenzione e ci permettono di comunicare rapidamente.
Le immagini, nelle loro varie forme, sono le regine di social e del web!
Ci siamo mai chiesti di cosa prendono il posto?
Produciamo e consumiamo immagini in un flusso continuo, senza sosta. Le foto scattate riempiono memorie e cloud, nulla ci sembra che vada davvero perso, ma poi? Quanto spesso guardiamo e riguardiamo questi infiniti album digitali?
In questa compulsiva fame di immagini ricordiamo davvero cosa avevamo intorno, chi c’era con noi e qual è stato il senso profondo dell’esperienza che vogliamo ricordare? O ci importa solo dimostrare a qualcuno di essere stati presenti in un determinato luogo, evento, attimo?
Un’immagine nel digitale è solo un’immagine?
Le immagini hanno sempre un fine e ci condizionano, ci persuadono, ci entusiasmano e ci feriscono.
Pubblichiamo spesso foto con eccessiva leggerezza, senza pensare alle conseguenze delle nostre azioni.
Un’immagine rubata per gioco o con intenzione, può creare disagio e imbarazzo e se poi la condividiamo senza pensarci troppo, ne possiamo perdere il controllo, anche quando crediamo di averla cancellata.
Le immagini non sono innocue
I confini di uno scherzo, ad esempio quello di un gruppo di amici o familiari, che ridono di sé e tra loro, possono essere accettabili se avvengono dentro confini ben definiti e precisi del consenso, quello che possiamo controllare e ridefinire perché dentro una cerchia privata e fidata.
Spesso però accade che queste regole vengano infrante dentro falsi ideali di libertà.
La diffusione di immagini intime senza consenso è una strumentalizzazione pericolosa, che ha risvolti dolorosi, anche a lungo termine o gravi conseguenze sulla vita di un individuo.
La condivisione intima deve avere contesti e limiti precisi, di cui nessuno può e deve abusare.
Che cos’è il deepfake?
Una delle forme che può assumere la violenza digitale è rappresentata da un deepfake.
Si tratta di un contenuto digitale manipolato, un video, un audio o un’immagine, creato dall’intelligenza artificiale, per sembrare vero.
L’Intelligenza artificiale pesca da altre immagine o video, che ricompone generando contenuti fuori da ogni realtà concreta, attraverso tecniche di apprendimento automatico, filtrando dati e informazioni già disponibili nel mondo dei contenuti digitali.
Questi contenuti rischiano di essere usati per scopi illeciti, dalla diffamazione, alla minaccia, dalla sottrazione di dati personali all’estorsione.
Questi strumenti pericolosamente liberi di operare senza regolamentazioni giuridiche vengono utilizzate per costruire vendette a sfondo pornografico, per diffondere notizie false, per compiere atti di cyberbullismo o altri crimini informatici di varia natura.
Credibilità, autenticità, reputazione, sono i bersagli della violenza digitale.
L’impatto è forte e rapido, perché purtroppo tendiamo a credere a tutto quello che vediamo.
Come tutelarsi
- Proviamo a scattare foto solo dei momenti più significativi e proviamo a condividerli mostrandoli solo sul display del nostro cellulare
- Chiediamoci se la foto che abbiamo appena scattato sia effettivamente utile ad uno scopo circoscritto
- Verifichiamo che i nostri dati personali siano e restino privati
- Evitiamo di esporre i minori ai social e facciamo in modo che anche loro comprendano l’importanza e la tutela della loro immagine personale, come una parte preziosa di loro stessi.
Quando scatti la prossima foto, chiediti: la vorrei davvero conservare come se la dovessi stampare per includerla nell’album dei 100 ricordi da sfogliare con amici e familiari?
Il digitale è diventato uno strumento fondamentale per migliorare la nostra vita, ma senza un’utilizzo consapevole può diventare molto pericoloso.
Vi lasciamo con alcuni libri per esplorare il mondo del linguaggio digitale.
- Internet non è un posto per femmine, Silvia Semenzin, Einaudi
- Una foto è una foto è una foto, Silvia Camporesi, Einaudi
- Come farfalle nella ragnatela. Storie di ordinaria violenza digitale sulle donne, Lara Ghiglione, Vanessa Isoppo, Futura editrice
- Accanto alla macchina. La mia vita nella Silicon Valley, Ellen Ullman, Minium Fax
- Hate speech. Il lato oscuro del linguaggio, Claudia Bianchi, Editori Laterza





Per chi volesse approfondire ecco alcuni link che rimandano ad un incontro con la fotografa Silvia Camporesi e la filosofa Claudia Bianchi.