Hate speech – L’odio dietro le parole

Il linguaggio d’odio interessa ciascun individuo nella rete, ma ancora una volta il triste primato dell’odio online ha in cima alle sue classifiche le donne.

Ogni donna che si espone dentro un social sarà potenzialmente più esposta ad un’ampia gamma di critiche, che vanno dagli apprezzamenti denigratori, sulla sua immagine o sul suo corpo, ad insulti e offese su ogni frase che dice, pensiero che formula o causa che sostiene.

L’apice dell’insulto arriva, nelle sue forme più violente, a minacce fisiche o di stupro.

Benché l’odio non sia imputabile ad un genere in esclusiva, il genere femminile è quello che lo subisce di più. Anonimato, impunità, tranquillità nello sfidare i rischi, freni inibitori azzerati da onde emotive incontrollate e la protezione offerta di uno schermo sono i suoi amplificatori.

Da dove si genera tutto questo disprezzo, questa misoginia, questo senso di sopraffazione?

Forse sarà vero che la società è in crisi, forse che sarà vero che i social e i loro algoritmi spingono maggiormente contenuti divisivi e conflittuali di quelli divulgativi e culturalmente elevati, per generare pubblico e traffico di dati, ma non è tutto qui.

Culture misogine, stereotipi e pregiudizi sulle donne spingono una società sempre più alla ricerca di risposte semplicistiche dentro la rete, che ha perso la sua funzione principale come contenitore di risorse, trasformandosi di fatto in mercificazione dei dati e marketing aggressivo associato, mascherata da nuove derive di self-made di successo.

I luoghi di socialità allargata diventano spesso spazi di solitudine aumentata.

L’intelligenza artificiale è diventata il nostro dispensario e la sfera digitale un luogo dove la cacofonia dell’odio è lo strumento per sfogarsi limitando di fatto l’espressione di chi la frequenta in maniera del tutto pacifica, innocua o divulgativa e creativa.

Oggi il nostro sentire, affamato digitalmente di stimoli, sovrasta il senso della collettività, della cura, della necessità di prendersi del tempo.

Affrontare un problema richiede tempo, ascolto, aiuto concreto, da persona a persona: è un atto in divenire. In questo scenario essere di un genere piuttosto che di un altro è indifferente.

Nella realtà del furioso e veloce, parafrasando il titolo di una saga, distruggere è meglio che costruire, così come sentire è più importante che capire, includere, confrontarsi in un dialogo.

Il dialogo è di fatto una minaccia, perché può potenzialmente minare la nostra disarmante ignoranza e le nostre certezze.

Dichiarazioni apparentemente innocue come negare la legittimità del reato del femminicidio cercano di seppellire il diritto delle donne non solo ad autodeterminarsi, ma a rivendicare una parità che tenga conto di tutte le differenze di genere.

Eppure il discorso è chiaro per chi non vuole fermarsi all’apparenza.

La parola femminicidio non indica il sesso della persona morta. Indica il motivo per cui è stata uccisa. Michela Murgia.

Quali sono le cause profonde che creano la violenza in generale e quella di genere in particolare? Come possiamo contrastarle, nel nostro quotidiano, nelle singole scelte che facciamo? Dobbiamo voler cambiare, guardare, partire da noi stessi.

Davvero vogliamo un mondo in cui domini la sola forza del più stupido, meschino, ignorante essere umano, invece di un mondo che cerca di migliorare cercando nuove idee, nuove frontiere di conoscenza, scambio e creatività?

Odiare è facile, immediato, persino liberatorio, ma non è l’unica strada.

Il linguaggio d’odio non è libertà di parola!

Per approfondire

Abbiano selezionato alcuni articoli che potrebbero darvi la misura del fenomeno dell’Hate speech, vi rimandiamo al sito della Rete Nazionale per il Contrasto ai Discorsi e ai Fenomeni d’Odio.

Segui i prossimi articoli.

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