
In quanti modi si racconta una storia?
Te ne racconto una.
C’era una volta una ragazza che doveva recarsi da una parente. Lungo la strada incontrò un predatore e la cosa finì molto, molto male.
Per fortuna non morì, ma il peggio non era passato.
La storia non era finita e si iniziò anche a mormorare.
“Perché non è stata attenta?”
Una violenza sessuale, una molestia, lo stalking o un’altra forma di violenza non è inciampare in un gradino.
“Non lo sa quanto è pericoloso per una ragazza, una bambina o una donna andare in giro da sola?”
Nascere donna significa quindi rassegnarsi a non uscire di casa? Ad essere in pericolo sempre in pubblico o in privato?
“Si rende conto che indossare cose vistose può avere delle conseguenze?”
Davvero crediamo che un sacco di iuta o un abbigliamento sia un deterrente per la violenza contro una donna?
“Lo sa bene che il mondo è pieno di predatori?”
Non dobbiamo normalizzare la violenza.
Sappiamo davvero chi sono gli uomini violenti o nell’opinione comune ne abbiamo un’immagine stereotipata?
Mentre la vittima viene richiamata alle conseguenze delle sue presunte scelte, chi agisce violenza viene sempre giustificato dentro una narrazione fatta di assoluzione e minimizzazione.
E com’è un uomo violento?
- Era un giovane di buona famiglia, che delusione.
- Era un marito premuroso, ma la sua gelosia lo ha spinto a commettere l’inimmaginabile.
- È stato preso da un improvviso e incontrollabile raptus.
- Erano solo un gruppo di ragazzini immaturi.
- Era frustrato e non si rassegnava alla fine di una relazione.
- Si stavano separando, aveva perso anche il lavoro, è stato inevitabile quello che è successo.
Il linguaggio traccia il cammino, crea le atmosfere, suggerisce le idee, forma le opinioni e le fonda nella realtà.
Come ci viene raccontata una storia? Quale punto di vista assumiamo?
Dare la colpa a qualcuno o qualcosa risulta più facile che affrontare la domanda: di chi è la responsabilità? In che modo si può intervenire? Come possiamo prevenire affinché la violenza non accada ancora?
Parlare di violenza è problematico, complesso e scomodo e quando una narrazione esce dai binari della consuetudine o si normalizza in una notizia già sentita, provare a raccontare il problema diviene addirittura fastidioso da recepire.
La nostra volontà di prendere le distanze dai fatti gravi che ci sembrano ingovernabili ci porta a semplificare i problemi, ma il tema della responsabilità civile ricade su di noi, anche quando non ci troviamo direttamente coinvolti o coinvolte in una situazione complessa, dolorosa, scomoda.
È nel mettere la distanza, tra noi e le vittime, che diventiamo direttamente responsabili di quello che prende il nome di vittimizzazione secondaria, di cui il victim blaming è solo una delle tante espressioni.
Quando ci mettiamo a confronto con una storia proviamo a metterci nella prospettiva di una vittima, a prescindere dal resto, dal genere, dall’aspetto, dal pregiudizio.
Se non lo possiamo fare, almeno sospendiamo il giudizio e proviamo a capire che cosa nella notizia di una violenza sulle donne o di un femminicidio c’è di oggettivo e cosa c’è di sensazionalistico.
- Chi viene giustificato e perché?
- Chi ne sta parlando, che cosa dice?
- Quali parole usa e dove sposta l’attenzione?
- Quando finisce una notizia e quando la sofferenza di chi ha subito una violenza, un abuso?
Le donne culturalmente sono ancora oggi ritenute inattendibili o incapaci di governare le emozioni a differenza di una presunta capacità degli uomini di essere più razionali e questo le rende di conseguenza indirettamente responsabili di quanto di negativo e violento le accade.
La natura non c’entra, è nella cultura del rispetto, dell’informazione, del linguaggio e della prevenzione che dobbiamo e possiamo fare ancora molto.